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Solidarietà

Dormitorio, don Capitani richiama il Comune: «La politica è servizio, il volontariato non ha scadenze»

Il presidente della Fondazione L'Altra Città e direttore di Caritas risponde alla nota dell'amministrazione

Roberto Bata

03 Febbraio 2026, 20:15

Dormitorio, don Capitani richiama il Comune: «La politica è servizio, il volontariato non ha scadenze»

Nella cornice, Don Enzo Capitani, sullo sfondo l'attuale struttura del pattinodromo individuata come sede provvisoria del dormitorio

«Ho letto con attenzione la recente nota stampa del sindaco di Grosseto e dell’assessore alle politiche sociali. Non per polemizzare, ma per condividere alcune riflessioni, da cittadino e da volontario, desidero esprimere alcune considerazioni in merito». Così scrive in una lettera aperta don Enzo Capitani, presidente della Fondazione L’Altra Città e direttore di Caritas diocesana a Grosseto.

Al centro del suo intervento, il passaggio della nota comunale che chiama in causa il mondo del volontariato. «Alcuni passaggi – afferma don Enzo – in particolare quelli riferiti alle associazioni di volontariato, mi hanno infatti suscitato sorpresa. Ritengo che non rendano pienamente giustizia all’impegno che tanti cittadini, di ogni provenienza e sensibilità, mettono quotidianamente al servizio degli altri, spesso in modo silenzioso e gratuito».

Prima della critica, però, arriva il riconoscimento. «Desidero comunque esprimere, prima di tutto, un sincero ringraziamento al sindaco e all’assessorato al sociale per aver affrontato e risolto, seppur temporaneamente, la situazione del cosiddetto dormitorio. È un intervento importante, che va riconosciuto» scrive don Capitani, chiarendo che «ciò che sento di voler sottolineare riguarda il ruolo della politica. A qualunque livello essa operi, il suo compito rimane quello del servizio al cittadino».

​«Parliamo di uomini e donne che vivono in strada»

Da qui il richiamo al bene comune: «Al di là delle norme e delle complessità che regolano il funzionamento della macchina amministrativa, il fine della politica dovrebbe essere sempre il bene comune. Mettere al centro il bene comune significa cercare soluzioni, non creare ostacoli; significa rispondere ai bisogni delle persone, indipendentemente dalla loro nazionalità o dalla condizione in cui si trovano».

Il riferimento è alle persone che vivono per strada: «Parliamo di uomini e donne che vivono in strada a causa di sfratti, della mancanza di una residenza o di altre fragilità. Persone che hanno bisogno di sentire le istituzioni vicine, presenti, capaci di ascolto, più che coinvolte in confronti o contrapposizioni».

​«Politica e volontariato dovrebbero camminare insieme»

Nella lettera don Capitani insiste sul rapporto tra istituzioni e terzo settore: «Politica e volontariato, a mio avviso, dovrebbero camminare insieme, accompagnando le persone. La differenza tra i due ambiti, tuttavia, è evidente. La politica è per sua natura temporanea: chi la esercita ha un mandato che dipende dal consenso dei cittadini. Il volontariato, invece, nasce da una passione profonda e non ha scadenze. Il volontario resta sul campo finché le forze glielo consentono, offrendo tempo, energie e spesso risorse personali, senza aspettarsi nulla in cambio».

«Mentre le istituzioni hanno il dovere di far quadrare i bilanci – aggiunge – il volontario, non di rado, attinge alle proprie tasche per rendere possibile un servizio e portarlo a termine. È una differenza che incide profondamente sull’approccio, sull’impegno e sulla gratuità».

​«Queste convinzioni non nascono oggi»

Lo sguardo si allarga poi alla storia personale: «Queste convinzioni non nascono oggi. Il mio impegno affonda le radici nel 1978, quando – permettetemi un breve riferimento personale – maturò in me la scelta di dedicarmi al sociale. In anni segnati da forti tensioni ideologiche e violenze, ebbi chiara la convinzione che esistesse un altro modo di lottare per la giustizia e di impegnarsi per il bene degli altri, un modo fondato sull’ascolto, sulla vicinanza e sulla cura».

«Da allora – prosegue – ho cercato di essere presente dove c’era bisogno: nel mondo delle dipendenze, accanto ai malati di Aids e a chi affrontava la morte, vicino agli emarginati, alle persone in difficoltà economica, a chi non riusciva a pagare le bollette o a fare la spesa». Fino alla chiusura, che è quasi una dichiarazione di intenti: «Nulla di ciò che riguarda l’uomo mi è stato estraneo, per una ragione semplice: sono profondamente appassionato dell’umanità. E la passione per l’uomo non può essere racchiusa in categorie politiche, partitiche o in logiche di mero risultato. Essa si misura nella dedizione quotidiana, portata avanti con costanza e responsabilità, lungo tutto il corso della vita».

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