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ONU

Butteri come cowboy e gauchos sotto i riflettori dell’ONU: il 2026 sarà l’anno dedicato a pascoli e pastori

L’iniziativa nasce da una proposta della Mongolia ma parla anche di ogni angolo del mondo rurale

Giovanni Ramiri

01 Gennaio 2026, 19:13

Butteri maremmani a Grosseto

Butteri maremmani a Grosseto

Il 2026 è stato ufficialmente proclamato dalle Nazioni Unite come Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori, un’iniziativa che mira a valorizzare il ruolo cruciale di chi vive e lavora nelle aree rurali custodendo uno dei patrimoni più antichi e fragili del pianeta: i pascoli.

Dietro questa decisione c’è la consapevolezza che i sistemi pastorali tradizionali, spesso poco visibili nel dibattito pubblico, sono in realtà fondamentali per l’equilibrio ambientale, la sicurezza alimentare e la tutela della biodiversità.

Butteri all'Alberese durante la classica "spocciatura" dei vitelli

Secondo studi FAO e partner, circa il 26% delle terre emerse libere da ghiacci è utilizzato per il pascolo. Questi ecosistemi sostengono la vita di centinaia di milioni di persone e milioni di animali. Eppure, pressioni come il cambiamento climatico, la perdita di accesso alle terre comuni, la scarsità d’acqua e la marginalizzazione economica dei pastori stanno mettendo in crisi un modello produttivo basato su cicli naturali, mobilità e conoscenze ancestrali.

L’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori avrà dunque l’obiettivo di aumentare la consapevolezza pubblica su questi temi, sostenere politiche di sviluppo sostenibile e promuovere scambi di conoscenze tra paesi e comunità pastorali di tutto il mondo. Verranno promossi forum internazionali, progetti di cooperazione e iniziative educative dedicate soprattutto ai giovani, chiamati a raccogliere l’eredità di un mestiere antico ma sempre più attuale.

Greggi di pecore attraversano Madrid

L’eredità pastorale in Maremma

Per la Maremma, questa proclamazione ha un significato particolarmente profondo. Il territorio, tra pianure costiere e colline dell’interno, è da secoli una terra di pascoli, butteri e greggi. Qui la pastorizia ha plasmato il paesaggio e l’identità collettiva, intrecciandosi con la storia della transumanza, la produzione casearia e la cultura contadina.

Pastori con il gregge alle prime luci dell'alba

Ancora oggi, i pascoli maremmani sono custodi di biodiversità e di razze autoctone, allevate in sistemi estensivi che rispettano gli equilibri naturali. La gestione tradizionale dei pascoli, contrariamente a quanto si pensi, contribuisce alla conservazione degli habitat aperti e al controllo degli incendi, oltre a garantire prodotti di alta qualità come formaggi, carne e lana.

Tuttavia, anche la pastorizia maremmana si confronta con le sfide del presente: la difficoltà di accesso alle terre, la burocrazia, la carenza di ricambio generazionale e la competizione con modelli produttivi industrializzati. In questo senso, l’iniziativa ONU può offrire un’occasione preziosa per riportare al centro dell’agenda politica e culturale il tema del pascolo sostenibile, anche a livello regionale.

Pastore con il proprio gregge di pecore

Nel 2026 (e oltre) la sfida sarà proprio questa: trasformare la memoria pastorale in una chiave moderna di sostenibilità. Un percorso che parte dalle steppe mongole e dai pascoli di tutto il mondo, ma che parla anche al cuore della Maremma, dove la relazione tra uomo, terra e animali continua a raccontare una storia di identità e resistenza.

L’iniziativa delle Nazioni Unite e il ruolo della Mongolia

La decisione di proclamare il 2026 Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori è il risultato di un percorso diplomatico iniziato nel 2019, quando la Mongolia ha avanzato per prima la proposta all’ONU, forte di una tradizione pastorale millenaria basata su grandi spazi di steppe e allevamento mobile. Proprio il governo mongolo ha costruito, nel corso di alcuni anni, una vasta alleanza internazionale di Paesi e organizzazioni, dimostrando come la tutela dei pascoli sia una questione globale che riguarda sviluppo rurale, lotta alla povertà e contrasto al cambiamento climatico.

Butteri

Nel marzo 2022 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione che istituisce l’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori 2026, co-sponsorizzata da oltre 60 Stati membri di tutte le regioni del mondo. Il testo riconosce il pastoralismo come un “mezzo di sussistenza dinamico e trasformativo”, strettamente legato a ecosistemi diversi, culture locali, conoscenze tradizionali e capacità di convivere con la natura, e sottolinea come pascoli sani siano essenziali per economie rurali resilienti, sicurezza alimentare e conservazione degli ecosistemi.

Per l’attuazione dell’Anno Internazionale, l’ONU ha incaricato la FAO come agenzia capofila, con il compito di coordinare iniziative, campagne di sensibilizzazione e momenti di confronto tra governi, comunità pastorali, mondo della ricerca e società civile. L’obiettivo è mobilitare impegni politici e risorse per migliorare la gestione sostenibile dei pascoli, rafforzare i diritti di accesso alle terre, sostenere i servizi veterinari e il benessere animale, promuovere mercati equi per i prodotti pastorali e favorire il protagonismo delle comunità, comprese donne e giovani, nei processi decisionali.

Pastori a Madrid con il gregge di pecore

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