Storia
Nella cornice, Elena Servi
La Giornata della Memoria, ogni 27 gennaio, non è solo una ricorrenza istituzionale ma un esercizio collettivo di responsabilità: ricordare lo sterminio degli ebrei europei, le leggi razziali, le persecuzioni e le storie (spesso forse troppo poco conosciute) dei territori locali. A Pitigliano, la “Piccola Gerusalemme” della Maremma, questo impegno passa da anni attraverso il racconto diretto dei testimoni, come Elena Servi, presidente dell’associazione La Piccola Gerusalemme. Il Comune di Pitigliano ha affidato a un suo incontro degli studenti nel 2025 il ricordo, sui social, di una data così importante. L'incontro con i ragazzi è probabilmente destinato a segnare la memoria dei giovani ed è simbolo dell'impegno di una donna come Servi per la comunità.
In provincia di Grosseto si sono susseguiti eventi e commemorazioni promossi da amministrazioni e associazioni.
Servi ha ricordato innanzitutto che «a Pitigliano fortunatamente non ci furono famiglie deportate», ma la comunità ebraica fu comunque costretta alla fuga e alla clandestinità, nascosta e protetta da contadini e famiglie del posto. Lei stessa, nata nel 1930, ha vissuto da bambina il passaggio dalle leggi razziali al terrore della guerra: «Dai 8 ai 14 anni abbiamo dovuto scappare, dormire in grotta, camminare nella neve per spostarci da un podere all’altro quando restare nello stesso posto diventava pericoloso per noi e per chi ci ospitava», ricorda la donna.
Parlando ai ragazzi, Servi ha ricordato la frase di Hitler secondo cui, anche se non avesse vinto la guerra, avrebbe “liberato il mondo dagli ebrei”: parole che, ha sottolineato, trovano tragica conferma nei sei milioni di ebrei uccisi, nonostante i negazionisti continuino a mettere in dubbio numeri e responsabilità. Elena Servi ha anche spiegato perché il 27 gennaio è diventato il giorno simbolo: è la data in cui, nel 1945, «Le avanguardie russe arrivarono ad Auschwitz, aprirono i cancelli e si trovarono davanti uno spettacolo spaventoso - dice Servi - uomini ridotti come legna, pochi sopravvissuti che si aggiravano smarriti e fosse comuni da cui i tedeschi non avevano fatto in tempo a cancellare le tracce».
Servi ha chiarito anche il significato delle parole: “olocausto”, usata spesso in modo improprio, indica un sacrificio offerto, mentre il termine corretto in ebraico è Shoah, “catastrofe”, ed è questo il nome con cui viene ricordato lo sterminio. Ha citato altri campi oltre Auschwitz: Treblinka, Sobibor, Bełżec, Bergen-Belsen, dove morì anche Anna Frank insieme alla sorella. Una elenco di nomi sui quali si è soffermata, per far sì che i ragazzi li ricordassero e capissero che lì, anche se ora tutto è cambiato, è successo qualcosa di terribile.
Il racconto si è fatto più personale quando ha descritto la fuga nella neve, da adolescente, ospite di contadini coraggiosi: camminando in fila indiana, vide «la gamba di mia sorella che diventava viola per il freddo» e provò come racconta, per la prima e unica volta, un impulso di odio verso Mussolini e chi aveva reso possibile quella persecuzione. «Avevo 14 anni – ha detto – e se l’avessi avuto davanti forse avrei perso la testa. Proprio per questo oggi dico a voi ragazzi: non lasciate che l’odio entri nelle vostre vite».
Guardando al presente, Servi ha lanciato un appello alle nuove generazioni, che presto saranno chiamate a scegliere e a votare. «Non disprezzate mai chi è diverso da voi per religione, colore della pelle o modo di vivere. L’odio è una cosa terribile, l’abbiamo provata sulla nostra pelle. Oggi ci sono segnali preoccupanti, ma siete voi che potete cambiare le cose» ha ricordato con affetto. Ha invitato gli studenti a informarsi, a non cadere nel negazionismo e a considerare la memoria non come un dovere formale, ma come uno strumento per riconoscere e fermare in tempo nuove forme di discriminazione.
Chiudendo il suo intervento, Elena Servi ha ricordato che a Pitigliano la sopravvivenza della Piccola Gerusalemme è dovuta alla generosità di tante persone giuste. «Oggi sono qui a 95 anni per rispondere alle vostre domande – ha detto ai ragazzi – perché la Shoah non diventi mai solo una pagina di libro, ma resti un monito vivo su ciò che l’odio e l’indifferenza possono produrre».
Tantissimi studenti hanno riempito stamani il Nuovo Cinema Tirreno di Borgo Carige per un incontro speciale con lo scrittore Mario Pacifici, autore di «La porta aperta» (Gallucci editore), promosso dall’Istituto comprensivo di Capalbio insieme all’amministrazione comunale e all’associazione "Il piacere di leggere".
L’evento ha ricordato le vittime dell’Olocausto, valorizzando il dialogo tra generazioni e la testimonianza storica attraverso la letteratura.

Una foto dell'incontro al Nuovo Cinema Tirreno
Mario Pacifici, autore di numerosi romanzi storici sulla memoria ebraica, ha presentato «La porta aperta», la vera storia di Ferdinando Natoni, riconosciuto Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem nel 1994. Il 16 ottobre 1943 Natoni salvò le gemelle Marina e Mirella Limentani dal rastrellamento del ghetto di Roma, dimostrando coraggio e umanità in un momento cruciale.
Alla presentazione hanno partecipato tutte le classi della scuola secondaria di primo grado e alcune della primaria di Capalbio capoluogo e Scalo.
«La giornata di oggi – ha commentato la dirigente scolastica Francesca Iovenitti – è stata preziosa per i ragazzi, che hanno potuto misurarsi con un evento significativo mediato dall’opera di Pacifici. Il libro ha insegnato che le porte, rimaste per lo più chiuse durante la Shoah, sono decisioni, responsabilità e atti di coscienza».
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