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Il personaggio

Ricardo Zamora, chi è il portiere che ha ispirato il film di Neri Marcorè. El Divino: la leggenda spagnola che rischiò la fucilazione nella guerra civile

Giovanni Ramiri

14 Gennaio 2026, 20:32

Ricardo Zamora,  chi è il portiere che ha ispirato il film di Neri Marcorè. El Divino: la leggenda spagnola che rischiò la fucilazione nella guerra civile

Ricardo Zamora Martínez e Neri Marcorè

Zamora è una commedia italiana del 2023/2024, segna il debutto alla regia di Neri Marcorè ed è liberamente tratta dall’omonimo romanzo di Roberto Perrone (pubblicato nel 2002). La pellicola è ambientata nella Milano degli anni ’60 e narra le vicende di Walter Vismara, un trentenne pacato e metodico che, dopo la chiusura improvvisa della sua fabbrica a Vigevano, si trasferisce a Milano per lavorare in un’azienda moderna e operosa. Qui, il suo capo, il cavalier Tosetto, appassionato di calcio, obbliga i dipendenti a partecipare a un torneo aziendale di calcio scapoli contro ammogliati. Walter, che detesta il calcio, per non essere emarginato si propone come portiere, benché sia totalmente incompetente nel ruolo. I colleghi lo deridono e lo soprannominano sarcasticamente “Zamora”, in riferimento al celebre portiere spagnolo degli anni ’20 e ’30. Per migliorare, Walter chiede l’aiuto di Giorgio Cavazzoni, un ex portiere caduto in disgrazia interpretato dallo stesso Marcorè, che diventa il suo allenatore–maestro di vita. Il film usa il calcio come metafora della vita, della crescita personale e della paura di esporsi alle sfide reali.

Il titolo Zamora non indica una biografia del leggendario portiere, né è una storia calcistica vera: è piuttosto un riferimento simbolico, usato per evocare l’idea di un portiere ideale — il più grande della storia — che contrasta ironicamente con l’inezia di Walter.

Neri Marcorè

Ricardo Zamora Martínez nasce a Barcellona nel 1901, in un’epoca in cui il calcio non è ancora industria, ma racconto orale, gesto, mito che prende forma la domenica pomeriggio. Il ruolo del portiere, allora, è quasi marginale: non è l’eroe, non è l’artista, non è nemmeno del tutto rispettato. Zamora cambia tutto questo. Non semplicemente perché para, ma perché sta in porta come se fosse su un palcoscenico. È il primo portiere moderno nel senso pieno del termine: carismatico, teatrale, consapevole della propria centralità.

Fisicamente non è imponente secondo i canoni attuali, ma ha riflessi straordinari e soprattutto un’intelligenza calcistica fuori scala. Anticipa l’azione, legge il corpo dell’avversario, capisce prima dove andrà il pallone. In un’epoca di campi irregolari, palloni pesanti, tiri sporchi, Zamora costruisce il suo stile sull’istinto e sul coraggio. Non ha paura di buttarsi sui piedi, di uscire, di prendersi il colpo. Anzi, il dolore diventa parte del personaggio.

Il soprannome “El Divino” non nasce per caso. Zamora è uno dei primi calciatori a essere davvero famoso oltre il campo. Viene fotografato, intervistato, raccontato. Frequenta artisti, scrittori, ambienti mondani. Si veste con eleganza, posa con disinvoltura, coltiva l’immagine. In un calcio ancora ingenuo, lui capisce che la leggenda non si costruisce solo con le parate, ma anche con la narrazione di sé. È, in questo senso, modernissimo.

La sua carriera attraversa club simbolo della Spagna calcistica: Espanyol, Barcellona, Real Madrid. Il suo passaggio da una squadra all’altra, oggi normale, allora è uno scandalo emotivo, quasi un tradimento. Ma Zamora non è un uomo che si fa guidare dalla nostalgia o dall’appartenenza cieca. È ambizioso, vuole vincere, vuole essere il migliore. E lo diventa: con il Real Madrid conquista le prime Ligas della storia del club, diventando un pilastro della sua identità nascente.

Ricardo Zamora Martínez

Con la nazionale spagnola Zamora vive l’apice e il trauma. Alle Olimpiadi del 1920, la Spagna conquista l’argento e nasce il mito della “furia española”. Nel Mondiale del 1934, invece, Zamora è protagonista di una delle partite più leggendarie e violente della storia del calcio: il quarto di finale contro l’Italia di Vittorio Pozzo. È una gara durissima, giocata al limite, in cui Zamora subisce colpi, pressioni, botte vere. Viene messo fuori combattimento e non gioca la ripetizione del match. La Spagna esce, l’Italia va avanti e vincerà il Mondiale. Per molti, Zamora paga con il corpo il prezzo della grandezza.

Poi arriva la storia, quella vera, quella che non perdona. La guerra civile spagnola travolge tutto. Zamora viene arrestato, rischia la fucilazione, sopravvive per caso. È un uomo famoso, ma in quel momento la fama non protegge. Quando ne esce, non è più lo stesso. La carriera da calciatore è finita, ma il mito no. Diventa allenatore, dirigente, commentatore. Rimane una voce autorevole, una presenza che pesa.

Il segno più evidente della sua eredità è il Trofeo Zamora, assegnato ogni anno al miglior portiere della Liga. Non è un omaggio formale: è il riconoscimento che il ruolo del portiere in Spagna nasce con lui. Prima di Zamora, il portiere subisce. Dopo Zamora, il portiere decide.

Ed è qui che il film di Neri Marcorè entra in gioco, anche se apparentemente ne sta lontano. Il “Zamora” del film non è Ricardo Zamora in carne e ossa, ma la sua ombra, la sua leggenda filtrata dalla memoria popolare. Negli anni Sessanta, in Italia, chiamare qualcuno “Zamora” significa evocare l’idea del portiere assoluto, quello che non sbaglia mai. È un nome che pesa, che schiaccia. Usarlo per prendere in giro un uomo goffo e impaurito è un atto crudele e comico insieme. Ed è proprio questo il senso profondo del riferimento.

Il film di Marcorè

Zamora, quello vero, diventa così una misura impossibile, un ideale irraggiungibile contro cui confrontarsi. Non è un modello realistico, è un mito. E i miti servono anche a questo: a farci sentire inadeguati, ma anche a spingerci a entrare in campo lo stesso, nonostante la paura.

Ricardo Zamora muore nel 1978, ma non esce mai davvero dalla porta. Ogni volta che un portiere si prende la responsabilità di una partita, ogni volta che decide di essere protagonista e non comparsa, ogni volta che trasforma una parata in racconto, lì c’è ancora qualcosa di lui.

Ecco perché quel nome funziona ancora. Non perché Zamora sia stato solo un grande portiere, ma perché è stato il primo a capire che stare in porta significa reggere il peso dello sguardo degli altri. Proprio come nella vita.

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